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Che cosa bisogna fare per vivere senza «pesi sullo stomaco»

27/07/2011

MILANO - Digerire, che impresa. Per un italiano su cinque mandare giù un pranzo, anche se non troppo elaborato, è una questione niente affatto banale: il cibo si pianta come un macigno sullo stomaco, già dopo pochi bocconi pare di aver mangiato per dieci, quando ci si alza da tavola ecco comparire quel fastidioso dolore alla pancia, magari accompagnato da una spiacevole sensazione di bruciore. È la "sindrome da stress postprandiale", come l'hanno ribattezzata gli americani a Chicago, durante l'ultima Digestive Disease Week. In parole più semplici si tratta della cattiva digestione, uno dei disturbi che più spesso portano dal medico, ma che altrettanto spesso sembrano destinati a rimanere insoluti: difficile capire perché si digerisce male, arduo trovare rimedi davvero efficaci.

Intanto, i medici fanno sapere che la cattiva digestione (dispepsia, in gergo tecnico) ha molto a che fare con il modo in cui viviamo. «Nei Paesi in via di sviluppo non esiste. Il disturbo è legato molto più di quanto si creda alle due grandi "epidemie" del mondo occidentale, l'obesità e lo stress — spiega Michele Cicala, direttore dell'Area di Gastroenterologia al Policlinico Universitario Campus Biomedico di Roma —. La cattiva digestione infatti dipende dalla difficoltà di svuotare a dovere lo stomaco o, in alternativa, dalla tendenza del cibo a risalire lungo l'esofago. Chi è in sovrappeso oppure obeso ha maggiori difficoltà nello svuotamento gastrico, perché i chili di troppo "premono" sugli sfinteri. In chi è ansioso, invece, scatta una sorta di "ipersensibilità" gastrica che porta a percepire con maggiore intensità e fastidio i piccoli schizzi di acido che possono rifluire nell'esofago, ma anche a sentirsi lo stomaco pieno solo perché è disteso dall'aria». «Quello dello stress tra l'altro — prosegue Cicala — è un circolo vizioso che si autoalimenta: la cattiva digestione provoca ansia, perché peggiora non poco la qualità della vita. Tanti non riescono a riposare bene, per cui di giorno sono meno produttivi e concentrati; c'è chi si limita nelle attività sociali e ad esempio non va mai a mangiare una pizza perché teme che dopo potrebbe stare troppo male: per tutti il momento del pranzo diventa una fonte di stress».

La stretta correlazione fra stomaco e cervello, tra l'altro, è ormai provata nei fatti dalla presenza di connessioni nervose numerosissime e dirette fra i due: ecco perché agitazione, ansia e stress si fanno spesso sentire anche attraverso sintomi a carico dell'apparato digerente. Ed ecco perché poco tempo fa un gruppo di ricercatori dell'Università di Bologna ha potuto dimostrare che divorzio e disoccupazione sono associati alla cattiva digestione. Le donne, avendo un maggior numero di recettori nel tubo digerente, sono generalmente più sensibili ai sintomi della dispepsia. Anche gli anziani sono a maggior rischio di problemi di digestione, perché, a causa del metabolismo rallentato, producono meno saliva, bile, succhi gastrici ed enzimi digestivi. Va aggiunto che il fumo, stando ai dati raccolti dai ricercatori dell’Università di Bologna, peggiora la qualità della digestione rallentando lo svuotamento dello stomaco. Le infezioni, invece, secondo le più recenti ricerche, possono provocare alterazioni gastriche che restano a lungo, minando la funzionalità dello stomaco. Qualunque sia il motivo che ci rende lo stomaco "pigro", però, è inevitabile finire dal medico per accertamenti.

Tre volte su quattro chi digerisce male ha una cosiddetta "dispepsia funzionale", ovvero non ha alcun motivo organico (il reflusso, per esempio, piuttosto che un’ulcera, un tumore e così via) alla base dei sintomi. Però, bisogna esserne sicuri, così l'iter diagnostico per chiarire la situazione prevede test per verificare l'eventuale presenza di Helicobacter Pylori o di celiachia (una delle cause più frequenti dei sintomi di dispepsia), la misurazione del pH gastrico, l'endoscopia. Una volta certi che non c'è nulla che non va, che cosa si può fare per digerire meglio? Valgono sempre le buone regole alimentari, come evitare cibi elaborati e non esagerare a tavola soprattutto alla sera, fare pasti regolari, masticare con cura il cibo, limitare gli alimenti acidi. A questo proposito, una ricerca giapponese presentata a Chicago ha appena dimostrato che l'acidità dei pomodori o degli agrumi aumenta la sensibilità dei pazienti ai sintomi della dispepsia. Risulta utile anche fare più attività fisica, sia allo scopo di perdere eventuali chili di troppo sia per favorire la digestione, ma senza esagerare. Uno studio discusso al congresso statunitense ha infatti dimostrato che attività sportive come il nuoto o il canottaggio, se praticate ad alta intensità, aumentano il rischio di dispepsia a causa dei movimenti ripetitivi e vigorosi che mantengono in tensione l'addome.

«Visto però l'indubbio peso di fattori psicologici sulla cattiva digestione, bisogna "curare" anche la mente di chi soffre di questo disturbo— interviene Guido Basilisco, responsabile dell'Unità di gastroenterologia all'ospedale Niguarda di Milano —. Prima di tutto, occorre tranquillizzare il paziente spiegandogli che non ha nulla di "fisico" che non va; poi, se il problema dipende effettivamente da disturbi d'ansia o dell’umore, si può anche valutare l’opportunità di ricorrere a farmaci antidepressivi da assumere a basse dosi». «Ovviamente, — aggiunge il gastroenterologo — è escluso ogni "fai da te", anche per quanto riguarda la semplice dieta: molto spesso chi digerisce male dà la colpa dei suoi fastidi a uno o più cibi, privandosene senza motivo. È meglio discuterne con il medico, per capire insieme e in maniera oggettiva quali sono gli alimenti che realmente possono provocare con maggiore facilità i sintomi».

Chi ha provato quanto si soffre a digerire male di certo non si è fatto mancare qualche "aiutino" con antiacidi, con farmaci che riducono l'accumulo di aria nello stomaco o coi procinetici, che facilitano lo svuotamento gastrico. «Sono prodotti sicuri, se alleviano i sintomi possono essere impiegati senza preoccuparsi di effetti collaterali importanti — risponde Cicala —. Esistono anche altri farmaci, ancora in fase sperimentale, che in futuro potranno essere utili ai dispeptici: sono i modulatori della sensibilità gastrica, che riducono dolore e sensazioni spiacevoli legate alla cattiva digestione. Ovviamente, se e quando arriveranno nella pratica clinica, andranno usati con cautela e non solo perché saranno inevitabilmente costosi. Il rischio è che tolgano di mezzo sintomi indicativi di problemi più gravi di una semplice dispepsia; andranno perciò prescritti solo quando si è certi che non vi siano problemi organici di nessun tipo». I pazienti verosimilmente li prenderanno di buon grado, nonostante tutto: un'indagine condotta alla Mayo Clinic su persone che avevano a che fare coi sintomi della cattiva digestione da anni e almeno tre-quattro volte alla settimana ha dimostrato che uno su due sarebbe disposto a prendere un farmaco che alleviasse i fastidi di stomaco, anche a prezzo di effetti collaterali non trascurabili. La conferma che una "banale" cattiva digestione può davvero rovinare la vita.

Elena Meli
04 luglio 2011 09:44© RIPRODUZIONE RISERVATA






  

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